Torna alla Home Page


64. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA
29 agosto - 8 settembre 2007
Lido di Venezia


Logo 64. Mostra del Cinema Logo Ciak in Mostra

In occasione della 64. Mostra internazionale d'arte cinematografica della Biennale di Venezia, Riccardo Petito ha fatto parte della Giuria popolare della rivista Ciak
La media dei voti assegnati ai film in Concorso dalla giuria, composta da Gabriele Barcaro (24 anni, p.r.), Gianluigi Ceccareli (33 anni, aiuto regista), Francesco Chiatante (26 anni, curatore di effetti speciali), Carolina Colodziei (23 anni, studentessa), Paola Fornara (21 anni, studentessa), Michele Menditto (23 anni, studente), Riccardo Petito (37 anni, saggista), Manuela Pinetti (31anni, sceneggiatrice), Fabio Anastasio Zucchi (38 anni, filmaker), ha decretato La graine e le mulet di Abdellatif Kechiche quale film meritevole del Leone d'Oro.

A fianco della fotografia di gruppo, sono riportati i voti assegnati da Riccardo Petito ai singoli film (da 1 a 5 stelle).

Giuria popolare Ciak Voti per Giuria popolare Ciak


Mostra del Cinema. Libera navigazione in un mare turbolento
Una sintesi sulla 64. Mostra del Cinema, una settimana dopo
di Riccardo Petito
"Friulinews", 18 settembre 2007

All'interno della kermesse veneziana, passano pellicole e particolari visioni che spesso sono destinate a rimanere tali solo per parte del pubblico della Mostra, difficilmente recuperabili in seguito. Ma anche nel blasonato concorso, ci sono film che saranno con tutta probabilità distribuiti, ma al momento risultano in secondo piano: nelle orecchie di tutti, fischiano infatti prioritari i nomi dei premiati. A qualche giorno dalla conclusione della rassegna lidense, ecco pertanto un viaggio a ritroso, prima del quale però, non possiamo che esprimere le nostre preferenze per il mancato Leone d'Oro: il fotograficamente eccelso “Nightwatching” di Peter Greenaway, tormentato omaggio a Rembrandt, e “Les Amours d'Astrée et de Céladon” di Eric Rohmer, bucolico gioco di un maestro, che letto nella sua lunga filmografia, risulta un voluto sberleffo da colorita senilità, con tutta la possibile ironia che lo stesso regista profonderebbe nel termine.

Iniziamo il libero percorso da “Atonement” di Joe Writh, tratto dall'omonimo romanzo di McEwan, film d'apertura della Mostra subito dimenticato (infatti non solo non ha vinto nulla, ma neppure lo si è più sentito nominare), degno nella prima parte, un interno – ed esterno – borghese, del miglior Ivory. Giusto per chiarire, il film vincitore “Lust, Caution” di Ang Lee non è quella “polpetta” che molti critici hanno descritto, è un ottimo film formalmente ineccepibile e ben interpretato che sicuramente gioverebbe di qualche taglio. Tralasciando “Sleuth” di Kenneth Branagh, esibizione di bravura fine a sé stessa di Michail Caine e Jude Law, e un prevedibile George Clooney che in “Michael Clayton” di Tony Gilroy ha cercato di bissare il successo di “Good Night and Good Luck”, perlomeno nell'empatia con lo spettatore, risultano curiosi “24 mesures” di Jalil Lespert, apparso nella Settimana della Critica, e “L'Histoire de Richard O.” di Damien Odoul, sezione Orizzonti. Il primo è una contemporanea storia corale di personaggi alla vigilia del Natale, il secondo il percorso di un erotomane che nell'estate parigina si lascia pericolosamente, quanto incoscientemente, trascinare dalle fantasie delle sue occasionali partner. Sicuramente migliore del pornografico “Help Me Eros” di Lee Hang-sheng, “blackout” di un trader di borsa girato da un poco ispirato Abel Ferrara d'Oriente.

Bello “Redacted” di De Palma, ancor migliore però “In the Valley of Elah” di Paul Haggis (regista dello stupendo “Crash” con Matt Dillon). In primo piano in entrambe le pellicole la guerra in Iraq, e le nuove tecnologie. Ken Loach non sarà ricordato per “It's a Free World”, ma di sicuro anche l'ultimo film del cineasta politicamente schierato lascia il segno: il post-Blair non è migliore del periodo precedente per quanto concerne lavoro nero e immigrazione clandestina. Chi ha criticato Brad Pitt in “The Assassination of Jesse James by the Coward Robert” di Andrew Dominik, probabilmente l'ha fatto per invidia verso la star hollywoodiana: è davvero un'interpretazione di rara fattezza. Forse però, meno riuscita di quella del “rivale” Casey Affleck. Quanto a Woody Allen, che ha presentato “Cassandra's Dream”, un dubbio: in quanti lo ricorderanno nella filmografia del regista?

Ed eccoci al più acclamato della rassegna: “La graine et le mulet” di Abdellatif Kechiche, con il sogno del protagonista di aprire una imbarcazione-ristorante dove servire couscous cucinato a dovere, e riscattare la propria esistenza in una azione piccolo-imprenditoriale. Il film è gradevole, il messaggio veicolato senza drammi, ma il tutto suona “già visto”. Un Leone d'Oro sarebbe parso eccessivo. Meritato tuttavia il premio all'attrice esordiente. Bellissima colonna sonora quella di “I'm not There” di Todd Haynes, ma il film su Bob Dylan non è comprensibile se non (me l'ha fatto osservare con esempi un affermato critico musicale) dai dylaniani più accaniti. Per la ricchezza di citazioni e contro-citazioni, di filmati, interviste, pubblicazioni, testi e canzoni. Quanto a musica, risulta gradevole anche ai non appassionati “Lou Reed's Berlin”, trasposizione di Julian Schnabel di un concerto di Lou Reed, con protagonista l'album omonimo del 1973.

Inutile il western in chiave giapponese con comparsata di Quentin Tarantino (omaggio forse alla retrospettiva sugli “Spaghetti Western”), dal titolo “Sukiyaki Western Django” di Miike Takashi, mentre sicuramente peggior film in concorso (e forse dell'intero Festival), si può ritenere “En la ciudad de Sylvia”, di José Luis Guerìn, con un inseguimento quasi muto di una ragazza, scambiata per la Sylvia del titolo, da parte di un giovane dall'aria romanticamente astratta per le vie di Strasburgo. Parrebbe programmatico il titolo “Chaos” per la pellicola di Youssef Chahine (alcune macchiette sono superflue), ma tuttavia la denuncia che ne emerge sulla terribile realtà egiziana, dove la libertà è costantemente sottomessa agli abusi di una polizia antidemocratica e torturatrice, risulta efficace. Chahine inoltre è uno dei “grandi vecchi” del cinema egiziano, giovane tuttavia nella rabbia vera che trapela sotto la storia.

Come accennato all'inizio, la panoramica compiuta risulta inevitabilmente frazionata e lacunosa, si tratta infatti di un libero percorso che rispecchia la spigliatezza con cui un Festival può essere vissuto. Fra le assenze, i film italiani. Mi riservo infatti qualche considerazione finale, a partire dalla “bocca asciutta” di premi che hanno registrato le produzioni nostrane. Purtroppo, per una volta, a ragione.

La storia dell'ambizioso Filippo Costa, ex agente corrotto della guardia di finanza ed aspirante immobiliarista d'assalto, in “L'ora di punta” di Vincenzo Marra, con Fanny Ardant e Michele Lastella, risente purtroppo di una cornice televisiva e di qualche ingenuità di troppo. La stessa Ardant non riesce appieno nel suo ruolo di seducente donna matura, e la corruzione nel settore del “mattone” pare strizzare l'occhio a recenti vicende giudiziarie italiane.

“Il dolce e l'amaro” di Andrea Porporati, con Luigi Lo Cascio (assai bravo) e Fabrizio Gifuni, racconta anch'esso la storia di una “strada sbagliata”. L'ascesa e la caduta di Saro Scordia tra i vertici mafiosi della Palermo natale, evidenzia come soldi e potere poco hanno a che fare con il rispetto e l'onore propagandato dalla criminalità organizzata. L'amore “salverà” (per modo di dire) il protagonista, divenuto per la “cupola”, a sua insaputa, pedina da sfruttare. Un film onesto, anche se dal sapore di già visto, e non concorrenziale con altre pellicole candidate.

Delude inoltre, più dei precedenti, “Nessuna qualità agli eroi” di Paolo Franchi, che si lascia imbrigliare in una cornice ricercata a partire dalla fotografia, per una pretenziosa storia di personaggi borghesi. Il protagonista in cattive acque finanziare, alle prese con la sterilità di coppia, entrato in contatto con il figlio (il promettente, ma qui troppo carico, Elio Germano) dell'usuraio cui si era rivolto, non lascia nella memoria dello spettatore la sua vicenda. Si giunge a fatica al termine.

Menzione invece per “Non pensarci” di Gianni Zanasi che, alle Giornate degli Autori, ha riportato applausi sia dalla critica che dal pubblico e conferma Valerio Mastandrea, nei panni di un rocker non troppo promettente, fra gli attori di punta del cinema italiano (assieme a Fabio Volo: dirlo può creare un po' di imbarazzo, ma è la verità). Siamo distanti dalle famiglie perfette della pubblicità, i componenti del nucleo dei riminesi Nardini sono connotati da equilibri delicati pronti a spezzarsi, per ricomporsi in un “vogliamoci tanto bene”. Entrano in campo problemi finanziari della società di famiglia (una fabbrica di ciliege sotto spirito), e problemi coniugali del fratello, innamorato di una squillo di lusso. Il personaggio di Mastandrea procede per istinto, cercherà di reintegrarsi nel contesto domestico per atavico senso borghese del dovere, ma la sua realtà è troppo distante e la sua volontà, per così dire, “carente”. Pellicola riuscita, da sperare ora in una adeguata distribuzione.

Lascia un po' perplessi il tanto esaltato “La ragazza del lago” di Andrea Molaioli, visto alla Settimana internazionale della critica. Un giallo interpretato da Toni Servillo (più stereotipato che in precedenti prove). Un film che faticherà a lasciare il segno. Il corpo di una giovane ragazza sulla riva di un lago, e le conseguenti indagini del commissario Sanzio, che indagherà su un mondo complesso di personaggi atipici, porteranno a sviluppi – soprattutto psicologici – complessi. In primis, il pensiero della ragazza che, malata gravemente, potrebbe aver desiderato la propria morte. Molaioli si dimostra tecnicamente ineccepibile (ex aiuto regista di Moretti, Mazzacurati e Luchetti), forse un po' freddo. Va segnalata la colonna sonora ipercontemporanea di Teho Teardo.

Riccardo Petito