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“L'amico di famiglia”. L'Italia allo sfascio nello sguardo attento di Sorrentino
"Carte Scoperte", n. 10, dicembre 2006, p. 10.
“L'amico di famiglia” di Paolo Sorrentino è sicuramente la conferma, e parlo ovviamente a titolo personale (fors'anche da un punto di vista generazionale, da coetaneo), che il regista e sceneggiatore napoletano sia il più lucido interprete dei tragici tempi circostanti di cui, quotidianamente, siamo spettatori. Le figure simboliche contenute nel film le ritroviamo purtroppo non relegate ai margini della società, ma nelle forme più diverse nel vicino di casa, nel collega di lavoro, nell'amico che si pensava fosse tale. Non basta più la critica leggera di Muccino ai fenomeni televisivi di massa di veline e letterine (qui vi si accenna con l'elezione di Miss Agro Pontino), serve purtroppo un nuovo vaccino per aprire gli occhi sullo sfascio presente. Un analogo sentore morale, con tutte le differenze tra le pellicole, era presente ne “La parola amore esiste” di Mimmo Calopresti di qualche anno addietro, pur se in questo caso erano soprattutto falsità e ambiguità a dominare sovrane.
Ne “L'amico di famiglia” invece, tutto è alla luce del sole. Film forse meno coerente dei precedenti due del regista, l'ottimo esordio “L'uomo in più”, vera sorpresa passata quasi in sordina ad una passata Mostra del Cinema di Venezia, e del fortunato “Le conseguenze dell'amore”. Visivamente complesso, grazie anche alla fotografia di Luca Bigazzi, a tratti volutamente onirico con illuminazioni pittoriche, si presenta frammentario proprio nella sceneggiatura.
Nel saper tracciare figure realiste sotto forma di grottesche rappresentazioni, sta la sua forza. Il protagonista, il sessantenne e ripugnante usuraio Geremia (interpretato dal caratterista Giacomo Rizzo), vive in una cittadina dell'Agro Pontino, e viene avvicinato da persone che richiedono la sua “amicizia”. Non bisognosi reali, ma bisognosi di beni accessori: per ricorrere al chirurgo plastico, per spendere i propri soldi al Bingo, per comperare titoli nobiliari, per permettersi un matrimonio sopra le righe. Anche una suora si affida a lui, per partecipare ad un'Italia allo sfascio che Sorrentino preferisce raccontare in forma indiretta, camuffandola con tono grottesco (talvolta il rimando a “L'imbalsamatore” di Matteo Garrone, anche dal punto di vista visivo, è forte).
Al termine Geremia, sconfitto per aver osato più di quanto a lui consentito dal destino, sia nell'amore per la bella Rossana (Laura Chiatti) che in un affare al di là della sua portata, non è meno peccatore degli altri, vittime (spesso volute) pronte a trasformarsi in carnefici. I sentimenti e i desideri, presentati in sequenza, provocano disgusto nella loro sordidezza e volgarità. Un mondo dove i sentimenti si mescolano ai soldi. Tema caro a Sorrentino: non a caso, se qui in scena vi è un usuraio, nel precedente “Le conseguenze dell'amore” protagonista era un riciclatore di soldi in Svizzera. Curiosa, forse un po' fuorviante, la figura di Fabrizio Bentivoglio nei panni di un cowboy di provincia, legato ad una cultura completamente estranea alla propria provenienza. Inquietante la figura dell'anziana madre malata di Geremia, impossibilitata dall'alzarsi dal letto e intenta, tutto il giorno, a guardare documentari sul mondo animale.
Riccardo Petito |